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[foto di Giancarlo Malandra]

Uno dei poteri indiscussi del viaggio, si sa, è quello di cambiare chi lo intraprende. Difficile andare alla scoperta di mondi sconosciuti senza che qualcosa dentro di noi cambi forma, senza che muti la percezione che abbiamo del mondo e di noi stessi.

Io da un viaggio sono appena tornata e la sola certezza che ho in questo momento è che è troppo presto per raccontarlo a dovere, tuttavia, una breve riflessione a caldo è custodita qui.

Come chiusa della breve riflessione ho utilizzato le seguenti parole:

Gaber cantava: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna e purtroppo lo sono.” Io oggi canticchio: “Io mi sento italiana e sono felice di non essere fuggita all’estero a cercare fortuna e dignità, perché oggi sento che posso trovarle qua.” Ok, forse la rima me la sarei potuta risparmiare, ma a quello che ho scritto ci credo sul serio.

Oggi un Amico mi ha confidato la sua voglia di partire, il suo desiderio di scappare da questo Paese che sta andando a rotoli. Ha paura – come forse è giusto che sia – qui ha un lavoro stabile, delle relazioni, la famiglia. Andare all’estero rappresenterebbe un’incognita, un salto nel buio ma, allo stesso tempo, la possibilità di reinventarsi, di dedicarsi anima e corpo alle proprie passioni.

Due cose mi sono permessa di dirgli:

1 – se avverti il desiderio di fare un’esperienza importante, di metterti in gioco, buttati, se non lo fai adesso non lo farai mai più. “Sì, ma io detesto i fallimenti, se va male poi cosa faccio?” “Se non ci provi non lo saprai mai e ti ritroverai tra dieci anni a chiederti cosa ne sarebbe stato della tua vita se…” ho risposto. [e di frustrati è già pieno il mondo, aggiungerei]

2 – se vuoi solamente scappare dalla tua vita [e quindi un po’ da te stesso] non fare cretinate e cambia la tua vita stando qui.

Terminato il nostro breve incontro gli ho inviato la “breve riflessione” di cui sopra e lui mi ha domandato se la chiusa non l’avessi aggiunta all’ultimo secondo dopo la nostra chiacchierata.

Ho sorriso e tra me e me ho pensato che il viaggio da cui sono tornata mi ha cambiata, ma questa volta non ha stravolto le mie certezze e le mie inclinazioni, anzi, per una volta un viaggio mi è servito a rafforzare un sentimento che già albergava nel mio cuore da tempo [ripenso al post su Milano di molti mesi fa] e che ora è più radicato che mai.

Io questo paese che va a rotoli non lo voglio abbandonare. Al contempo, non mi permetto di giudicare chi sceglie di partire.

Qui, per rilanciare l’Italia, per “svegliarla!”, ci vuole gente che crede fino in fondo, dei meravigliosi pazzi visionari capaci di vedere ciò che di buono nasce e cresce in questo confuso e martoriato Belpaese.

Sono necessari dei fantastici matti come Riccardo Luna, servono i giovani e le donne e chi più ne ha più ne metta. A questo proposito mi permetto un breve excursus e lascio la parola a Erri De Luca, sentite qui.

Tutta questa infinita e contorta riflessione per arrivare dove? 

A mio modestissimo parere, la vita è fatta di scelte; scegliamo di fare una cosa e di non farne un’altra. Non è mai merito o colpa degli altri. Se una situazione ci sta stretta o qualcuno ci fa soffrire [apro parentesi: non parlo né di violenza né di malattie ovviamente; chiudo parentesi] sta a noi uscire da questa situazione e costruirci nuovi scenari in cui muoverci senza che l’aria ci venga a mancare.

Sto semplificando all’inverosimile perchè mi conosco e potrei andare avanti per ore, ma – e anche questo è un regalo di oggi – qualcuno questa mattina mi ha ricordato che la semplicità e la chiarezza sono cose preziose – e molto rare – di questi tempi.

Non ci resta, quindi, che imparare a diventare bravi sarti, dobbiamo acquisire l’abilità di cucirci ogni giorno addosso il nostro abito, quello che meglio ci sta e che più belli ai nostri, bada bene “ai nostri”, occhi ci fa apparire.

Un sorriso,

m.

2 thoughts on “Bespoken o “Del duro mestiere del Sarto”

  1. Concordo.
    C’è che si delega a livelli infiniti ormai e oggi l’Italia sembra stare così per colpa di entità che si vorrebbero fossero altre da noi.
    Così s’innesca la guerra tra poveri, l’esposizione di IO che non si raccontano neppure l’uno con l’altro e quindi poi, alla fine, non esistono neppure più. Ecco, forse prima di sarti dovremmo diventare stilisti per noi e poi gli uni con gli altri sarti. perchè fintanto che collettiva sarà solo l’amarezza, la delusione, l’evasione, mancheranno le basi per una visione sincera per quell’altra Italia, da fare più bella assieme e per tutti e non solo per sè… Purtroppo se la nostra generazione si prende sulle spalle questa responsabilità sul serio, mettendo a disposizione pezzi di testa o anche solo di cuore, ben poco resterà per chi viene dopo.
    (E’ successo che avrei voluto salutarti quando sei passata per Udine, ma per una volta stavo in un altro pezzo dello stivale… spero ti abbiano trattata bene sti maschiacci di qui…)

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