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Hai presente quando ti succede una cosa e poi, all’improvviso, sembra che tutto intorno a te esista solo per farti pensare a quell’evento, a quel libro, a quel racconto? Come se fino a un attimo prima quell’immagine, quella parola, quella sensazione non fossero mai esistiti e ora, di punto in bianco, tutto ti ci fa pensare.

Ho vissuto per otto anni a Famagosta, zona sud di Milano, non lontano dalle risaie. Capitava spesso che la mattina telefonassi ai miei genitori, che vivono in centro, dicendo loro che non vedevo nemmeno la casa di fronte da quanto era fitta la nebbia. Dopo un attimo di silenzio sentivo mio padre dire sorridendo: “Qui è una giornata stupenda, sole e cielo terso.”

Quando ero bambina la nebbia arrivava fino in centro. D’inverno si divertiva a passeggiare lentamente, di notte, attraverso le strade deserte, avvolgendo ogni cosa, creando atmosfere da sogno.

Poi, all’improvviso, è scomparsa, si è ritirata dietro le quinte,  come se il centro della città l’avesse sfrattata, come un’inquilino scomodo che rovina il buon nome di un palazzo signorile.

Alcuni giorni fa, sfogliando una rivista, mi sono imbattuta in un breve articolo scritto da Chiara Gamberale, questo:

Accettare di essere nebbia, in certi giorni.

(…) Perchè Milano, con chi di Milano non é, si comporta come se non fosse quello, il punto. Fai pure, sembra dire: sii un po’ quello che ti pare. Come se per Milano l’identità fosse un dettaglio: tanto che nemmeno il palazzo della Regione si pone il problema di sgomitare e preferisce giocare a nascondino con tutto il resto. Perché è fatta di umori e fumi indistinti, Milano, di passaggi, di ombre lunghe, pensieri veloci che corrono perfino coi tacchi. Non è mica una che si fa prendere, lei. Figuriamoci se permette che le catturi l’anima in una fotografia. Sarebbe bello imitarla. Liberarsi dal peso di voler essere qualcuno di ben definito. Non temere di essere scoperti piano piano e avere il coraggio di confrontarci noi per primi con i nostri misteri, senza l’ansia di doverli comprendere. Accettare di essere nebbia, in certi giorni. E non avere paura.

Ho strappato la pagina e l’ho tenuta da parte, accanto al tavolo dove mangio, scrivo e sistemo le mie fotografie.

Questa sera un messaggio inaspettato: “Dicono che a Milano ci sia il nebbione. Che si dice sui tetti?

Ho aperto la porta e sono uscita sul terrazzo. Che freddo. E che nebbia. Un atmosfera d’altri tempi. La città della mia infanzia, silenziosa, ovattata e, al contempo, calda e accogliente.

A volte è sufficiente unire i puntini, come quando da piccoli si rubava la settimana enigmistica alla mamma, e “accettare di essere nebbia, in certi giorni.”

Un sorriso,

m.

8 thoughts on “Milano: la nebbia è tornata. Finalmente.

  1. La nebbia fa presto a diventare smog, e certamente non ne godono i reumatismi. Provoca blocchi aerei e incidenti stradali, ma pure tra i pedoni ogni tanto si cascava nei navigli, che alcuni esaltati vorrebbero riaprire buttando all’aria la città. Meglio crearla virtualmente con photoshop e affini

  2. @Alessia “ti senti abbracciata”.. sì, è proprio così.
    E poi la nebbia rallenta forzatamente il ritmo delle cose, e questo, in alcuni momenti, non può essere che un bene.

    @Uomo vivere un luogo, immergendovisi come hai fatto tu, è l’unico modo per conoscere sino in fondo chi in quel paese, in quella città ci è cresciuto [e questo vale per qiualsiasi angolo di mondo].
    Pochi sono disposti a tuffarsi completamente in una realtà che non è la loro… è un peccato, ché si perdono una delle parti più sorprendenti e gustose della vita.

  3. ..ricordo anni fà, e per me la nebbia era la grande sconosciuta, sino ad allora se non per quella leggera e poco fitta che d’inverno accompagna la brina al mattino nelle campagne dei dintorni…ero a budrio in provincia di bologna al servizio dello stato, quando ancora il servizio militare era obbligatorio, e già il primo mattino del mio primo risveglio della mia prima giornata…rimasi colpito dalla densità. La sera, in libera uscita, erano le 18.00 meno qualche minuto e la porta carraia, come si definiva in gergo il cancello pesante e di ferro dell’entrata principale, si apriva per permetterci il primo giorno di perlustrazione della città, della gente…tutta simpatica e cordiale e poi, le ocarine…bella ed importante produzione locale estremamente originale. Ma la nebbia era veramente tanta. Ricordo che mi trovavo di fronte ad un negozio con tutte le vetrine accese e che mi resi conto di quel negozio solo a pochissimi metri di distanza, nonostante l’illuminazione. Era veramente tanta quella sera la nebbia. E i mesi che seguirono contribuirono ad insegnarmi cosa fosse la nebbia e la compagnia che ti offre quando durante la notte dovevo montare di guardia e il rumore che veniva completmente ovattato e respinto…è servito stare in quel di budrio…così capisci anche la gente, quando conosci la nebbia.

  4. Ma ciao! Sono Alessia, ci siamo conosciute a The Hub, assieme ai ragazzi di Green Bean.
    Sono arrivata al blog praticamente per caso, leggendo un tuo commento su quello di Dr Who e ti ho riconosciuta subito..
    Che dire, hai proprio ragione, per noi “padani” e non soltanto nei dintorni di Milano, la nebbia è talmente familiare e accogliente che quando scende ti senti come “protetta”, abbracciata.
    Un saluto da Parma

    Alessia

  5. se non amassi profondamente milano, mi sarei trasferita già da tempo… o all’estero o in salento😉
    ma questa città ha veramente bisogno di persone che la amino e che le diano una mano concreta a rimettersi in piedi. work in progress😉

  6. Io sono stato 5 anni a Milano, dapprima zona Cimiano, poi vicino Piazzale Gorino. Risultato: avrò visto la nebbia forse un paio di volte non di più. E pensare che mi ero trasferito a Milano un po’ come Totò e Peppino!

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