Scampoli di Festival

Un bravo giornalista partecipa a un evento, assiste a una manifestazione e un attimo dopo sa estrapolare e mettere nero su bianco le sue impressioni, i fatti, i commenti di chi era presente.

Io non sono una giornalista, lo testimonia il fatto che il badge che mi ha accompagnata, rappresentandomi, durante i tre giorni del Festival di Internazionale a Ferrara, riportasse una banda verde con la scritta Blogg(h)er.

micaela calabresi

Pause [mode on]  Definizione di del termine Blog Pause [mode off]

Tutto questo per mettere le mani avanti: sono stati giorni complicati questi,  e se fossi una giornalista sarei in grado di scindere il privato dal professionale.

Quindi mi nascondo dietro alla definizione di blogger per raccontare il Festival da un punto di vista esageratamente soggettivo e, probabilmente, molto poco “utile” al resto del mondo.

Ho toccato suolo estense giovedì 30 settembre alle ore 11.53 (la conferenza stampa sarebbe iniziata alle 12.00 in punto). I proietari del B&B dove ho trascorso il fine settimana mi hanno accolta come “una di famiglia”, mi hanno tolto di mano i bagagli e mi hanno messa in sella a una bicicletta in modo che potessi raggiungere il municipio nel minor tempo possibile.

La cosa che più mi ha fatto effetto durante la conferenza stampa è stata la forte presenza della città (e delle istituzioni); la sensazione che ho avuto è stata di partecipare all’inaugurazione di un progetto realmente condiviso e compartecipato e i tre giorni seguenti ne sono stati la prova: da venerdì mattina a domenica pomeriggio, il Festival – con i suoi eventi,  incontri,  workshop, proiezioni e concerti – sembra essere stato capace di coinvolgere ogni vicolo, ogni angolo e ogni ciottolo della città.

Gli incontri, che dire degli incontri? Basta dare un’occhiata al programma per capire che “ce n’era per tutti i gusti”. Anche qui, più che il contenuto (di grande qualità e molto vario), sono rimasta affascinata dal pubblico: c’era di tutto! [le immagini]

Uomini e donne, ragazzi e ragazze di ogni tipo e di ogni età, italiani e stranieri, un caleidoscopio di corpi, sguardi, cervelli e… sorrisi.

Sì, sarà che io di questa materia inafferabile mi nutro quotidianamente per recuperare ossigeno, ma vi assicuro che ne ho incontrati una quantità disarmante. Chissà, forse il fatto di partecipare a un evento così speciale e riconoscere intorno a sè una moltitudine di persone che ha fame di verità, informazione e cultura stimola la produzione di endorfina. Personalmente ne sono convinta.

Mi accusano spesso di essere troppo “sorridente e buonista”, quindi per concludere butto lì una piccola critica.

Twitter è lo strumento ideale per dare notizie in tempo reale; solitamente durante i grandi eventi l’organizzazione definisce l’hashtag della manifestazione, questo per facilitare la “raccolta” del flusso di informazioni. Quest’anno oguno ha scelto in autonomia, c’era chi scriveva #ferrara, chi #internazionale e chi, come me #festivalinternazionale. Il problema delle prime due è che sono troppo “generali” e, quindi, nella ricerca compaiono anche notizie che con l’evento hanno poco o niente a che fare.

La rete è sinonimo di libertà [mi è stato detto mentre, parlando con gli altri blogg(h)er, si affrontava la questione] e su questo siamo tutti d’accordo, ma data la quantità di informazioni che pervade la rete, credo sia giusto auto organizzarsi in maniera intelligente e darsi, quindi, delle piccole regole da seguire.

Detto questo, depongo le armi e vado a leggermi con calma tutto quello che quelli più seri di me hanno scritto del festival, in attesa di trovare un momento per raccontare il mio incontro con Tim Harford, firma del Financial Times e autore di “La logica nascosta della vita

tim harford

e la bellissima chiaccherata che ho avuto modo di fare con Joe Bageant, giornalista statunitense, autore di “La Bibbia e il fucile” al termine dell’incontro “for bloggers only” tenutosi domenica in un atmosfera rilassata e, al contempo, ricca di emozione.

Joe Bageant

Un sorriso,

m.

 

Se all’improvviso la rete subisse un blackout totale?

blackout

Da qualche giorno un’idea strana saltella nella mia piccola mente accaldata: e se internet non ci fosse?

Se all’improvviso la rete subisse un blackout totale?

Oggi ho pranzato con un amico che di informatica e tecnologie s’intende un bel po’, uno di quelli che server-farm = casa, uno di quelli che ti parlano di quanti come se parlassero di quadri, uno di quelli anche capace di ricordarsi com’è fatta una pianta di more.

Argomenti trattati a pranzo: un’infinità.

Tra tutti uno mi torna in mente mentre mi accorgo che Twitter è bloccato e Facebook da i numeri (le conferme che non si tratta di un problema legato al mio mac mi arrivano da FriendFeed): e se venisse a mancare la corrente sull’intero pianeta? E se il mondo industrializzato si trovasse al buio? Il buio ancora ancora… ma offline!

Terrore, panico, crisi isteriche a non finire.

Provate a immaginare… Milioni di persone che ogni giorno respirano la rete, tengono il 99% dei propri contatti online, studiano, leggono, scrivono, cazzeggiano (perdonate il francesisimo) inchiodati davanti allo schermo.

R. ed io lavoriamo entrambi principalmente con e grazie a internet, lui più di me. Entrambi siamo scoppiati a ridere e abbiamo ipotizzato crisi di nervi, pianti a dirotto, gente che viene alle mani, guerre tra disperati che hanno perso il senso della vita… il suicidio rischirebbe di diventare la prima causa di morte.

Visione apocalittica?

Forse… ma tanto lontano dal vero secondo me non siamo andati.

A me la rete piace, mi piace soprattutto questa “nuova rete” – la parola web 2.0 mi annoia un po’ -  che abbiamo oggi a disposizione, dove sempre più spesso si vengono a creare relazioni che sono veramente lo specchio della realtà, dove si condividono sentimenti veri, dove si parla di cose che accadono sul serio, dove se ti comporti male, gli altri lo vengono a sapere e ti tocca pagarne le conseguenze, dove se ti comporti in modo onesto e trasparente le persone ti rispettano e prendono le tue difese.

Detto questo, a me piace anche camminare per Milano e sentire il profumo dell’erba appena tagliata, raccogliere i fichi nel giardino di casa e andare in bicicletta senza sentirmi in un videogioco braccata da automobilisti nevrastenici e portiere che si aprono all’improvviso con il dichiarato intento di farti fuori.

Domani parto e scappo al lago dove la connessione non c’è. Farò come ai vecchi tempi e lunedì andrò in un internet point a controllare la posta e a gestire gli eventuali impegni. La connessione sul telefono per il momento la evito accuratamente.

Posso usare la parola Buonsenso?

Posso dire di amare la rete e di volermene staccare a tratti del tutto? Posso dire che è possibile conciliare reale e virtuale? Basta volerlo…

E sul tema del “basta volerlo”…beh, avrei un’infinità di cose da dire ;)

Un sorriso,

m.