Chi fa attenzione lo vede, lo sente, lo capisce.

a piedi nudi

Se solo imparassimo a percepire la realtà che ci circonda.

Se solo riuscissimo a capire che siamo una parte – preziosa sì, ma infinitesimale – del mondo in cui viviamo.

Se solo la smettessimo di pensare di essere indispensabili e cominciassimo a capire che “siamo” semplicemente perchè esistiamo oggi, adesso, in questo preciso istante.

Se solo ci prendessimo cura di noi stessi e di ogni altra particella – animata o inanimata che sia -  e ci svegliassimo la mattina consapevoli di essere tutto e niente.

Se solo imparassimo a vivere immaginando di non dover morire mai e costruissimo il nostro futuro con lungimiranza e coraggio.

Se solo ci rendessimo conto che la vita può finire all’improvviso e la smettessimo di trattenere parole, emozioni, sorrisi.

Se solo imparassimo ad ascoltare.

“Mentre salivamo su una colina parzialmente illuminata ma non riscaldata da un sole incerto, il dottor Narin mi disse che gli oggetti hanno una memoria. Come gli uomini, anche gli oggetti avevano la facoltà di registrare ciò che acadeva e di conservarne il ricordo, ma la maggior parte di noi non se ne rende conto. – Gli oggeti si interrogano a vicenda, si mettono d’accordo, si parlano sottovoce e stabiliscono una segreta armonia tra loro componendo una musica che noi chiamamo mondo, – disse il dottor Narin. – Chi fa attenzione lo sente, lo vede, lo capisce -. Osservando le macchie calcaree su un ramo secco raccolto a terra capì che i tordi facevano il nido nei dintorni, studiando le tracce nel fango mi spiegò che non pioveva da due settimane e quando e con che tipo di vento poteva essersi rotto quel ramo.” (Orhan Pamuk)

Un sorriso,

m.

un libro

“Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò. Fin dalle prime pagine ne percepii a tal punto la forza che mi parve quasi che il  mio corpo si staccasse dalla sedia e dal tavolo a cui sedevo per allontanarsene. Ma nonostante avessi sentito il mio corpo staccarsi e allontanarsi, io ero più che mai su quella sedia e davanti a quel tavolo, con tutto il mio essere e tutto il mio corpo e il libro mostrava i suoi effetti sulla mia anima come su tutto ciò che mi apparteneva. era un effetto talmente forte che sembrava che le pagine irradiassero luce sul mio viso. Era una luce che faceva brillare la mia mente e insieme la accecava. Pensai che grazie a questa luce mi sarei rigenerato, che questa luce mi avrebbe indicato la via d’uscita, intravidi le ombre di una vita che avrei conosciuto e a cui, più tardi, mi sarei avvicinato.  Sedevo al tavolo e un angolo della mia mente ne era conscio, sfogliavo le pagine e, mentre tutta la mia vita cambiava, leggevo nuove parole e nuove pagine. Dopo un po’ mi sentii talmente impreparato e indifeso di fronte alle cose che mi sarebbero capitate che, istintivamente, allontanai per un attimo il viso dalle pagine come a volermi proteggere dalla forza che emanavano. E allora, spaventato, mi resi conto che il mondo che mi circondava era completamente cambiato e provai una sensazione di solitudine mai sperimentata prima. Era come se fossi rimasto completamente solo in un Paese di cui ignoravo la lingua, le usanze, la geografia.” (O.P.)