Comunicazione finanziaria: leggera o rigorosa?

Ieri sera ho partecipato all’evento su banche e social media organizzato da Webank. Il tema mi tocca molto da vicino, dato che da tempo collaboro con una finanziaria: Prestiamoci non è una banca, bensì un’evoluzione – passatemi il termine – 2.0 del banking tradizionale.

Si riducono in maniera significativa i costi grazie all’utilizzo della rete, mentre resta attuale (e fondamentale) il tema dell’intermediazione che, letta dal mio punto di vista da molto poco esperta in ambito finanziario, significa che le società che gestiscono il denaro che investo, ne sanno molto più di me (qui entriamo nell’ambito dell’asimmetria informativa) e io mi affido a loro – e pago – per essere guidata nella scelta delle mie azioni.

L’intermediario ha, quindi, il compito di aiutarmi, di guidarmi di darmi sostegno in ambiti che per me sono oscuri. Del resto, trovo giusto che ognuno abbia le proprie competenze, se dovessi imparare tutto sulla gestione patrimoniale, non avrei tempo per il mio lavoro (e per il mio tempo libero), oltre ad avere la certezza matematica che se mi amministrassi da sola farei dei gran disastri.

Cercherò di tagliare corto e arrivare alla domanda del titolo. Preso atto del fatto che un intermediario finanziario dovrebbe sempre aiutare il cliente a “vederci chiaro”, resta aperta la questione del come farlo. Quale stile dovrebbe adottare per dialogare (non solo online) con i propri correntisti – se si tratta di una banca – o con i membri della propria community, come nel caso di Prestiamoci?

Da quanto è merso durante l’incontro di ieri, le opinioni sono diverse:

da un lato c’è chi si aspetta uno stile sobrio e serio [Mafe De Baggis: "Spesso le aziende fanno confusione tra l'essere sociali e l'essere socievoli"], dall’altro, chi crede che il gioco sia una scelta efficace per incentivare il coinvolgimento [Marco Zamperini: "Una banca che vuole avere successo nei social media deve essere capace di giocare con i suoi clienti"].

Io personalmente sono convinta che esista un modo per comunicare utilizzando uno stile “non ingessato” senza, tuttavia, rischiare di risultare poco seri o poco affidabili.

La fiducia si conquista con la costanza e con la disponibilità. Le persone più serie – e affidabili – che conosco, sono quelle non hanno mai perso la capacità di scherzare. Quello che conta è la capacità di adattare il proprio linguaggio (e non mi riferisco solo alle aziende) al contesto.

Credo che su una fan page aziendale di Facebook si possa rispondere con un sorriso a un commento “leggero” e, subito dopo, con un tono più serio a una domanda tecnica oppure a un dubbio espresso da un cliente scettico.

Tag: buonsenso e sensibilità.

Un sorriso,

m.

Della coerenza e dell’incostanza – riflessioni sul CV

Sono le tre del pomeriggio, mi nutro mentre preparo una presentazione in inglese per Prestiamoci, aspettando l’orario dell’ appuntamento fissato questa mattina per realizzare un’intervista telefonica con Giuseppe Altamore, ascolto musica, controllo il movimento delle nuvole che sfiorano i  miei tetti e lancio qualche occhiata a Margot che oggi ha scelto di trattenersi il meno possibile in verticale (verticale poi.. con quelle zampe corte corte.. vabbè).

Faccio due conti:

lavoro per una società che si occcupa di finanza, collaboro con un festival di cinema, attendo conferme da un consorzio per una collaborazione e ricevo proposte che riguardano la gestione di un portale che si occupa di animali.

E poi:

questa notte ho sistemato fotografie per un progetto che unisce rock e teatro, mentre riflettevo sull’Ufficiosostenibile, cercando di dare un senso compiuto a un piano contenuti.

Entropia? Forse sì… eppure è la mia fotografia.

Ho dato un’occhiata al mio curriculum, spesso mi è stata fatta notare la sua apparente incoerenza, certamente (dicono) frutto di una mia cronica incostanza. Mi è capitato – in passato – di vederlo sotto questa luce, eppure oggi 18 marzo 2010 sono contenta di non aver mai cambiato una virgola (fatta eccezione per gli aggiornamenti s’intende) alla sua struttura.

Del resto, cos’è un CV?

Secondo me un CV non va adattato alle esigenze del lavoro che si cerca… a parer mio, un curriculum vitae, come suggerisce il nome, dovrebbe raccontare il percorso professionale e privato del suo “propietario”. Un essere umano è la sintesi del suo percorso precedente, è la rappresentazione di un insieme infinito di variabili.

Io sono il mio CV:

io sono quella che a 15 anni ha cominciato a lavorare traducendo “Storie di cavalli”, quella che per un anno ha lavorato in un pub a Londra, quella che per una botta di fortuna si è trovata alla pagina dell’Arte del Corriere della Sera, quella che ha studiato comunicazione e voleva partire per Shanghai ma poi, per scelta , è rimasta a Milano per lavorare in un’agenzia di fotogiornalismo, quella che “l’agenzia di pubblicità (o comunicazione, come si usa dire oggi) mi sta stretta”, quella che alla fine fa il mestiere di suo padre, utilizzando strumenti che all’epoca non c’erano, ma salvaguardando il rapporto di fiducia che – secondo me – deve instaurarsi tra un’azienda e il proprio consulente di comunicazione (poco importa se si tratta di un’agenzia o di una singola persona).

Incostante sì, incoerente no, perchè una cosa l’ho sempre avuta ben chiara in testa: voglio fare un lavoro che mi piace, che mi dia soddisfazione e che mi permetta di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, anche a costo di rimetterci economicamente.

Viziata? Forse sì e comunque a settembre, per pagarmi multe e tasse, ero in via Tortona a fare volantinaggio; umiliante a 30 anni? No. Divertente e formativo. Ancora una volta.

Un sorriso,

m.