A cosa serve, di grazia, non parlare?

Parlando...

Per la legge del contrapasso  questo post sulla Parola sembra essere destinato ad essere tra i più brevi di questo piccolo blog appena nato. Solo poche righe tratte da un libro che mi accompagna dal 20 aprile (ho il brutto vizio di marcare i miei libri, di riempirli di appunti, sottolienature e “orecchie” e, di conseguenza, spesso  nelle prime pagine è segnato il giorno in cui le  mie grinfie se ne impadroniscono) e che tra entusiasmo e sconforto ancora mi accompagna la notte.

Il libro in questione è “La nuova vita” di Orhan Pamuk:

Contrariamente a quanto pensano alcuni stupidi presuntuosi è meglio dire due parole che rimanere in silenzio. A cosa serve, di grazia, non aprire bocca e non dire una parola mentre la vita macina i nostri corpi e le nostre anime come un treno spietato che procede lentamente a destinazione?

Solo poche righe che fanno riflettere sul significato di dire ciò che si ha nella testa e nel cuore, piuttosto che permettere alle parole non dette di diventare creature mostruose che crescono a dismisura dentro al petto e divorano tutto ciò che rimane nascosto sotto alla pelle.

Liberare le parole per liberare sè stessi.

Parlare per non doversi mai rimproverare nulla.

Esprimere i propri sentimenti per non avere rimpianti.

Un sorriso,

m.

Chi fa attenzione lo vede, lo sente, lo capisce.

a piedi nudi

Se solo imparassimo a percepire la realtà che ci circonda.

Se solo riuscissimo a capire che siamo una parte – preziosa sì, ma infinitesimale – del mondo in cui viviamo.

Se solo la smettessimo di pensare di essere indispensabili e cominciassimo a capire che “siamo” semplicemente perchè esistiamo oggi, adesso, in questo preciso istante.

Se solo ci prendessimo cura di noi stessi e di ogni altra particella – animata o inanimata che sia -  e ci svegliassimo la mattina consapevoli di essere tutto e niente.

Se solo imparassimo a vivere immaginando di non dover morire mai e costruissimo il nostro futuro con lungimiranza e coraggio.

Se solo ci rendessimo conto che la vita può finire all’improvviso e la smettessimo di trattenere parole, emozioni, sorrisi.

Se solo imparassimo ad ascoltare.

“Mentre salivamo su una colina parzialmente illuminata ma non riscaldata da un sole incerto, il dottor Narin mi disse che gli oggetti hanno una memoria. Come gli uomini, anche gli oggetti avevano la facoltà di registrare ciò che acadeva e di conservarne il ricordo, ma la maggior parte di noi non se ne rende conto. – Gli oggeti si interrogano a vicenda, si mettono d’accordo, si parlano sottovoce e stabiliscono una segreta armonia tra loro componendo una musica che noi chiamamo mondo, – disse il dottor Narin. – Chi fa attenzione lo sente, lo vede, lo capisce -. Osservando le macchie calcaree su un ramo secco raccolto a terra capì che i tordi facevano il nido nei dintorni, studiando le tracce nel fango mi spiegò che non pioveva da due settimane e quando e con che tipo di vento poteva essersi rotto quel ramo.” (Orhan Pamuk)

Un sorriso,

m.