Aziende e Social Media: il valore – e il costo – dell’autenticità

Ho riflettuto a lungo sul titolo di questo post. Ogni volta che lo rileggevo ripensavo a un’azienda per la quale ho prima costruito e poi gestito la rete (reale non virtuale, anche se il business si sviluppava principalmente online) di partner esteri.

All’epoca, nel 2007, aziende e social media erano due universi paralleli e i punti di contatto sembravano essere più simili a scontri fortuiti che frutto di moti consapevoli finalizzati alla conoscenza reciproca.

In rete le aziende si presentavano con il proprio sito internet che, per quanto potesse essere accattivante e usabile, restava comunque una vetrina, un elemento di divisone tra azienda e consumatore.

Il nostro sito all’epoca non era nè bello, nè brutto, semplicemente funzionale. Avevamo del buon materiale e fotografi pronti a coprire ogni tipo di evento. Eppure, instaurare rapporti con potenziali agenzie partner all’estero è stato – specie inizialmente – un vero e proprio calvario.

All’estero la reputazione degli italiani (e delle agenzie fotogiornalistiche nello specifico) non brillava di luce propria. I miei primi timidi approcci si sono schiantati brutalmente con dei no a priori, unica motivazione recuperabile: “non ci fidiamo, dall’Italia i pagamenti non arrivano mai  e poi chi ci assicura che il materiale che ci inviate è veramente il vostro?

Panico. No, non scherzo, sono andata in panico.

Una volta finito di sbattere la testa contro il muro, ho cominciato a ragionare. Ho preso carta e penna e ho riflettuto sui fattori che nella nostra vita quotidiana ci portano a costruire legami particolari con alcune persone:

[fiducia, curiosità, autorevolezza, condivisione, simpatia, stima, serenità, attendibilità]

Le persone con le quali condividiamo la nostra vita (più o meno intensamente) contengono ognuna una o più di queste carattersitche. Possono essere persone che non hanno nulla a che vedere le une con le altre eppure, a guardar bene, un tratto comune – ai nostri occhi – ce l’hanno: l’autenticità. Non in senso assoluto, è chiaro, ma per noi sono vere, autentiche, persone di cui ci possiamo fidare [poi capita che ci si sbagli, certo, ma questo è un altro discorso].

Il mattino seguente ho cambiato aproccio. Ho abbandonato la “logica aziendale”, fredda e asettica, e ho cominciato a rivolgermi alle persone che contattavo telefonicamente o via mail nei panni di un essere umano. Non era più l’agenzia di Milano che chiamava l’agenzia di Parigi o quella di Mosca, ero io Micaela Calabresi che, mettendoci la faccia [e, sì, confesso, il fatto di essere svizzera mi ha aiutata non poco], mi proponevo come tramite – assumendomi tutte le responsabilità del caso – per una collaborazione internazionale relativa allo scambio di materiale fotografico per quotidiani, settimanali e mensili.

La faccio breve: come potrete immaginare, l’approccio umano, quello autentico, ha funzionato e ha portato i suoi frutti.

Un chilometro di introduzione per dire cosa?

Semplice, tutto questo discorso solamente per arrivare a unire i puntini: i social media sono luoghi pensati per le persone, le aziende sono luoghi in cui vivono persone (eh, sì, perchè volente o nolente anche mentre lavoriamo viviamo). I social media sono i luoghi in cui le persone parlano e si confrontano su qualsiasi cosa, sulla loro vita privata, sui prodotti che acquistano, sui servizi che utilizzano.

Sul tema “le aziende devono – o dovrebbero, per i meno radicali – essere presenti sui social media” è già stata scritta una Treccani, io vorrei semplicemente sottolineare il fatto che per essere presente come azienda all’interno dell’universo social media è fondamentale comprendere che le persone con cui ci si confronta in questo mondo virtuale (sempre più reale) – su un terreno nuovo e pieno di variabili impazzite… del resto parliamo di esseri umani, creativi e volubili per definizione – cercano esperienze autentiche e non si lasciano prendere in giro tanto facilmente.

Qui sta il nocciolo della questione: per “vendere” questa autenticità, le aziende devono investire in persone autentiche che rappresentino l’azienda in modo autentico, mettendoci la faccia. E questo costa tempo e – rullo di tamburidenaro.

Un sorriso,

m.

WOMMI e l’Etica del WOM

ANTEFATTO:

Quando la sera per colpa di – o grazie a – un’ottima cena, un vino all’altezza e un bel po’ di risate fai tardi e la mattina dopo vedi che le risate (sì, solo le risate, Michi, certo…) hanno tracciato sul tuo volto linee dure a morire, tutto vorresti fuorchè essere costretto ad affrontare il traffico milanese per recarti a un convegno/una presentazione/una riunione, insomma un luogo terribilmente popolato e solitamente un po’ troppo illuminato. Solo uno spiccato senso del dovere oppure un evento particolarmente atteso riescono a sconfiggere il demone dell’accidia.

FATTO:

Oggi, 20 novembre, all’interno di una bellissima sala riuonioni all’interno della sede di Banca Intesa decorata da 4 arazzi importanti e sobri al contempo e impreziosita da antiche colonne di pietra imponenti e discrete, (dai, ci stava questa descrizione un po’ romananzesca), WOMMI ha fatto la sua comparsa sulla scena. Se non sai di cosa sto parlando clicca sul link… li hanno inventati per questo, no ;)

RIFLESSIONE SUL FATTO:

Mi piace questo progetto, in particolare mi piace il codice etico dell’associazione e, nello specifico, il quarto punto:

4. Il word of mouth non può essere falsificato.

L’inganno, l’infiltration, la disonestà, lo shilling, e altri tentativi di manipolare i consumatori o la conversazione sono deplorevoli. I professionisti del marketing onesti non ricorrono a queste pratiche, non lo faranno, e se ci provano saranno smascherati.

I comportamenti scorretti saranno messi in evidenza dal pubblico e si ritorceranno in maniera letale contro chiunque li utilizzi.

Il resto lo trovate se cliccate sul link che sta più su :)

Una delle cose che più mi entusiasma della rete, specie nella sua evoluzione più attuale, è questo ritorno alle forme più arcaiche di relazione sociale.

Non c’è Santo che tenga, il web è veramente come la piazza del paese, qui se dici una fesseria, se cerchi di nascondere qualcosa o ti comporti in maniera scorretta, tutti lo vengono a sapere in un batter d’occhio.

Mi viene in mente una strofa di Bocca di Rosa di Fabrizio de Andrè:

“Ma una notizia un po’ originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall’arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.”

CONCLUSIONE:

L’epoca della comunicazione aziendale lascia il posto all’era del Rinascimento della Conversazione e, quindi, ai marchi più coraggiosi e lungimiranti, ai marchi che hanno il coraggio di mettersi in gioco affrontando le sfide con determinazione e curiosità. (For women only: ma uomini così in giro ce ne sono ancora?)

Un sorriso,

m.