Viva l’Italia

Quest’anno ho visto il sogno di un amico crollare come un castello di carte, ora sembra essere il turno di un altro.

Trententenni che forti di passione e, soprattutto, di esperienza, hanno scommesso tutto.

Giovani uomini che, dopo anni di gavetta, non si sono tirati indietro davanti al lavoro duro quando si è trattato di fare il grande salto, quando è giunto il momento di costruire la propria azienda, unico modo per esprimere sé stessi, assecondando la volontà di apportare una nota di etica, valore e colore a questo paese che – sono certa, contro la sua volontà – non è più culla, ma tarpatore di ali.

Non è giusto.

Non è giusto che chi si fa in 4, in 16, in 32 e mi fermo qui, non abbia speranze.

I giovani, quelli giovanissimi, quelli che possono, è vero, devono partire. Ma quelli come me, quelli che hanno avuto la fortuna di partire e hanno scelto di tornare [nel mio caso, non per passaporto, ma per amore di questa terra lunga e stretta immersa nel Meditteraneo ] hanno il dovere di battersi per non permettere che il nostro Paese diventi un paese “immergente”, un Paese costretto in ginocchio davanti a quelli che oggi sono Paesi “emersi” e, per loro fortuna, non più “emergenti”. [cit. Saverio Berlinzani @Blog Economy Day]

Un sorriso amaro,

m.

p.s. il titolo di questo post è un omaggio al nuovo libro di Aldo Cazzullo [non si tratta di marketta, sia ben chiaro!]

Chi fa attenzione lo vede, lo sente, lo capisce.

a piedi nudi

Se solo imparassimo a percepire la realtà che ci circonda.

Se solo riuscissimo a capire che siamo una parte – preziosa sì, ma infinitesimale – del mondo in cui viviamo.

Se solo la smettessimo di pensare di essere indispensabili e cominciassimo a capire che “siamo” semplicemente perchè esistiamo oggi, adesso, in questo preciso istante.

Se solo ci prendessimo cura di noi stessi e di ogni altra particella – animata o inanimata che sia -  e ci svegliassimo la mattina consapevoli di essere tutto e niente.

Se solo imparassimo a vivere immaginando di non dover morire mai e costruissimo il nostro futuro con lungimiranza e coraggio.

Se solo ci rendessimo conto che la vita può finire all’improvviso e la smettessimo di trattenere parole, emozioni, sorrisi.

Se solo imparassimo ad ascoltare.

“Mentre salivamo su una colina parzialmente illuminata ma non riscaldata da un sole incerto, il dottor Narin mi disse che gli oggetti hanno una memoria. Come gli uomini, anche gli oggetti avevano la facoltà di registrare ciò che acadeva e di conservarne il ricordo, ma la maggior parte di noi non se ne rende conto. – Gli oggeti si interrogano a vicenda, si mettono d’accordo, si parlano sottovoce e stabiliscono una segreta armonia tra loro componendo una musica che noi chiamamo mondo, – disse il dottor Narin. – Chi fa attenzione lo sente, lo vede, lo capisce -. Osservando le macchie calcaree su un ramo secco raccolto a terra capì che i tordi facevano il nido nei dintorni, studiando le tracce nel fango mi spiegò che non pioveva da due settimane e quando e con che tipo di vento poteva essersi rotto quel ramo.” (Orhan Pamuk)

Un sorriso,

m.