Sono le tre del pomeriggio, mi nutro mentre preparo una presentazione in inglese per Prestiamoci, aspettando l’orario dell’ appuntamento fissato questa mattina per realizzare un’intervista telefonica con Giuseppe Altamore, ascolto musica, controllo il movimento delle nuvole che sfiorano i miei tetti e lancio qualche occhiata a Margot che oggi ha scelto di trattenersi il meno possibile in verticale (verticale poi.. con quelle zampe corte corte.. vabbè).
Faccio due conti:
lavoro per una società che si occcupa di finanza, collaboro con un festival di cinema, attendo conferme da un consorzio per una collaborazione e ricevo proposte che riguardano la gestione di un portale che si occupa di animali.
E poi:
questa notte ho sistemato fotografie per un progetto che unisce rock e teatro, mentre riflettevo sull’Ufficiosostenibile, cercando di dare un senso compiuto a un piano contenuti.
Entropia? Forse sì… eppure è la mia fotografia.
Ho dato un’occhiata al mio curriculum, spesso mi è stata fatta notare la sua apparente incoerenza, certamente (dicono) frutto di una mia cronica incostanza. Mi è capitato – in passato – di vederlo sotto questa luce, eppure oggi 18 marzo 2010 sono contenta di non aver mai cambiato una virgola (fatta eccezione per gli aggiornamenti s’intende) alla sua struttura.
Del resto, cos’è un CV?
Secondo me un CV non va adattato alle esigenze del lavoro che si cerca… a parer mio, un curriculum vitae, come suggerisce il nome, dovrebbe raccontare il percorso professionale e privato del suo “propietario”. Un essere umano è la sintesi del suo percorso precedente, è la rappresentazione di un insieme infinito di variabili.
Io sono il mio CV:
io sono quella che a 15 anni ha cominciato a lavorare traducendo “Storie di cavalli”, quella che per un anno ha lavorato in un pub a Londra, quella che per una botta di fortuna si è trovata alla pagina dell’Arte del Corriere della Sera, quella che ha studiato comunicazione e voleva partire per Shanghai ma poi, per scelta , è rimasta a Milano per lavorare in un’agenzia di fotogiornalismo, quella che “l’agenzia di pubblicità (o comunicazione, come si usa dire oggi) mi sta stretta”, quella che alla fine fa il mestiere di suo padre, utilizzando strumenti che all’epoca non c’erano, ma salvaguardando il rapporto di fiducia che – secondo me – deve instaurarsi tra un’azienda e il proprio consulente di comunicazione (poco importa se si tratta di un’agenzia o di una singola persona).
Incostante sì, incoerente no, perchè una cosa l’ho sempre avuta ben chiara in testa: voglio fare un lavoro che mi piace, che mi dia soddisfazione e che mi permetta di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, anche a costo di rimetterci economicamente.
Viziata? Forse sì e comunque a settembre, per pagarmi multe e tasse, ero in via Tortona a fare volantinaggio; umiliante a 30 anni? No. Divertente e formativo. Ancora una volta.
Un sorriso,
m.

