A.A.A. Traduttori per capire il mondo cercansi

Roger Malina, durante il suo intervento di venerdì alla Mediateca Santa Teresa di Milano, organizzato da MTMG, ha affrontato diversi temi legati al violento cambiamento culturale in atto.

Malina ha parlato di scienza, di arte, di nanotecnologie, di database, di inquinamento, di curiosità, di consapevolezza… un intervento interessante e complesso. Non ho gli strumenti culturali necessari per riportare in maniera esaustiva e fedele il suo pensiero senza rischiare di scrivere delle eresie, tuttavia, le sue parole hanno sortito due effetti interessanti sul mio cervello (già confuso a priori):

da un lato, il sentirmi ripetere che in quanto essere umano non so praticamente nulla dell’universo che mi circonda, mi ha riportato indietro di qualche anno, quando sola in Malesia a 10.000 km da casa, mi sono per la prima volta sentita quello che sono (e che tutti siamo) in realtà e, cioè, una microscopica – e ignorante (in senso letterale) – particella; un puntino infinitesimale, quasi invisibile eppure fondamentale per la (buona o cattiva) riuscita del mondo.

Dall’altro, il racconto della commistione esistente tra arte e scienza mi ha fatto pensare al lavoro del traduttore: sempre tornando al discorso che ascoltare uno scienziato ha il potere di far sentire noi comuni mortali delle capre (animale rivalutato qualche tempo fa dal titolo di una pellicola cinematografica firmata Grant Haslov), ho pensato che forse il lavoro dell’artista che decide di esplorare  il mondo scientifico, dovrebbe essere quello di tradurre, con l’aiuto e il sostegno degli scienziati stessi, concetti e formule altrimenti indecifrabili in qualcosa di, non dico comprensibile, ma quantomeno intuibile.

In questo modo, noi capre (definizione che personalmente trovo susciti anche una certa tenerezza) forse avremmo la possibilità di avvicinarci timidamente a temi in cui altrimenti – per senso di inadeguatezza o mera pigrizia – non inciamperemmo mai.

Milano non ti piace? Allora, gentilmente, apri gli occhi oppure gira i tacchi e tornatene a casa.

Premessa: non parlo, ovviamente, di chi arriva qui da situazioni insostenibili, da scenari invivibili, da condizioni di vita rese disumane da guerre e povertà estrema.

So benissimo che tutto è relativo e non è mia intenzione agitare gli animi, tuttavia non riesco proprio a tenere la bocca chiusa.

Mi prudono le mani quando mi capita di incontrare persone che hanno scelto – e sottolineo scelto – di vivere a Milano per costruire la propria carriera professionale e che trascorrono metà della loro esistenza lamentandosi di questa città.

Ora, so benissimo che c’è la crisi, so benissimo che il lavoro non cresce sugli alberi, so bene anche che Milano rappresenta un traguardo per molti ragazzi che studiano e vogliono costruire qualcosa.

Amo ogni angolo di questo paese, conosco le città, le campagne, le spiagge… sono andata a Pantelleria in macchina per il piacere di gustarmi ogni chilometro d’Italia (lo so che attraversare un’amena località non significa scontrarsi quotidianamente con i limiti di un piccolo centro, spesso isolato dal mondo… metto le mani avanti ogni due righe ;) )

Quello che mi fa imbestialire è l’atteggiamento di quelli che vengono qui e che, neanche fosse uno sport olimpico, buttano – scegliete pure un sostantivo a vostra discrezione – su Milano, sul tempo, sul traffico, sui milanesi, sugli stranieri e via dicendo.

Io a Milano ci sono nata, trent’anni fa, figlia di due svizzeri che qui sono venuti a costruire ognuno per conto suo il proprio futuro (sì, erano anni diversi, il boom economico, era tutto più facile,…) e che qui si sono incontrati, innamorati e sposati.

Sono una privilegiata, ho avuto la possibilità di viaggiare, di studiare all’estero, sono fuggita mille volte da questa città… eppure ho sempre avvertito il desiderio di tornare (sì, certo questa è casa, facile avere voglia di tornare a casa…).

L’ho sempre amata e odiata, eppure due anni fa ho fatto una scelta importante: ho comprato casa. Ho messo radici in un luogo che prima non avevo mai “sentito” casa, forse per colpa delle mie origini.

Sto divagando, torno al punto: io qui ho deciso di restare perchè sono convinta che Milano possa mettermi nella condizione di realizzarmi come persona e come professionista.

Da quando sono tornata in pianta stabile mi sono costretta a guardare la mia città con gli occhi di un bambino, di svegliarmi ogni mattina con la curiosità di chi non la conosce, con la voglia di scoprire cosa mi può offrire.

Per questo motivo, spesso, con gli amici nei fine settimana ci ritroviamo per le V.M., le vacanze milanesi: giriamo per la città, andiamo a pranzo sui Navigli,  passeggiamo per Brera, scattiamo fotografie, andiamo a vedere delle mostre, ci perdiamo in libreria… facciamo i turisti nella città in cui viviamo (per scelta o per necessità, in quei momenti poco importa).

Conclusione: consiglierei a tutti coloro che passano tre quarti della propria vita a lamentarsi di quanto Milano è grigia, triste e morta, di uscire dalla loro bara mentale e di andarsi a prendere ciò che desiderano.

Sì, perchè se a Milano si trova lavoro (e anche su questo si potrebbe aprire un dibattito), a guardar bene, potreste rimanere stupiti da quanta cultura e da quanto divertimento offre questa distinta signora che detesta ostentare, alzare la voce e che – se avesse la possibilità di decidere – farebbe volentieri a meno di chi non ha occhi per scoprire e cuore per ascoltare.